Magazzini, tetti, tettoie. Quasi 83 mila chilometri di condotte interrate per il trasporto di acqua e gas. Il primo Paese che ha messo al bando la fibra killer è stata l’Islanda nell’83. In Italia la sua produzione è stata vietata nel 1992 con la legge 257. Un provvedimento che ha imposto alle Regioni il censimento dei siti contaminati. Ma a oggi quella fotografia non è stata ancora completata: «Regioni come la Sicilia e la Calabria non hanno ancora trasferito la loro mappatura», dicono dal ministero dell’Ambiente. «Altre come la Campania e la Puglia hanno effettuato un censimento solo parziale ». Ma anche tra quelle che hanno ottemperato a quanto previsto dall’articolo 10 della 257 (la Lombardia ha dichiarato l’ambizioso obiettivo di diventare amianto-free dal 2015) ci sono forti differenze: «Manca il coordinamento, non si sa esattamente quanto amianto c’è ancora in giro, quanto è stato smaltito», afferma Lorenza Fiumi, responsabile dell’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del Cnr. «I dati raccolti dalle Regioni sono disomogenei, i sistemi di monitoraggio utilizzati i più diversi: dall’invio dei questionari fino al telerilevamento». Con il telerilevamento lei ha appena coordinato la caccia alle coperture in cemento amianto, il noto Eternit, nelle zone più a rischio del Lazio: «Su circa mille chilometri monitorati abbiamo individuato quasi un milione e 700 mila metri quadrati di coperture, 2.966 siti, il 53% con una superficie tra i 100 e 500 metri quadrati».
Quasi tremila siti su una superficie pari al 4,7% di tutto il Lazio. E il resto?
Ecco così che i numeri vent’anni dopo la messa al bando dell’amianto sono parziali, sottostimati, comunque l’indicatore di una battaglia più persa che vinta. Uno su tutti: sono 27.000 i siti segnalati dalle Regioni a Roma (quasi la metà solo dalle Marche), 320 quelli parzialmente bonificati. Le banche dati degli enti locali sono più ricche ma contengono dati sempre disomogenei. C’è chi ha censito solo edifici dismessi, chi solo le scuole: 2.400 in tutta Italia rimaste però orfane dal 2010 del finanziamento per bonificarle. Poche le abitazioni private, figuriamoci le migliaia di tettoie che ormai fanno parte del nostro paesaggio rurale. Ci sono poi le grandi aree industriali: dei 57 siti più contaminati di interesse nazionale, cinque sopportano un inquinamento esclusivamente da amianto: «Casale Monferrato, certo — dicono dall’Iss —, ma anche la miniera di Balangero, la Fibronit di Bari, Broni, Biancavilla per inquinamento naturale». Legambiente mette in fila i numeri di questi grandi siti: «Un milione di metri quadrati di coperture di edifici privati a Casale Monferrato, 45 milioni di metri cubi di pietrisco di scarto contaminato nella miniera di Balangero, 90 mila metri cubi di fibre varie contenute nell’ex stabilimento Fibronit di Bari, 40 mila i sacchi speciali contenenti rifiuti d’amianto prodotti fino ad oggi con la bonifica di Bagnoli». Ma il problema vero, insiste il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, «che nonostante l’impegno del ministero e le ingenti risorse impiegate (circa 50 milioni di euro solo nelle aree industriali più inquinate), non abbiamo ancora una mappatura completa dei siti che devono essere risanati. Si tratta di decine di migliaia di realtà, dalle più piccole alle più grandi, e per le quali il monitoraggio avviato con le Regioni non è stato ancora concluso». I dati Assobeton parlano di 12 milioni di tonnellate di coperture in cemento amianto, 1,2 miliardi di metri quadrati che dovranno essere sostenute nell’arco di cinque-dieci anni con costi vicini ai 25 miliardi di euro.

